Babilonia infernale.
L’ultimo romanzo che ho letto è Metropolis di Thea Von Harbou. Mentre parlavo con il docente relatore della tesi, mi ha suggerito che in Metropolis per l’appunto le macchine erano immaginate come macchine a vapore. Quindi il mio interesse era scientifico diciamo, prima ancora che filologico. In realtà si è dimostrato un clamoroso buco nell’acqua per entrambi i motivi. Innanzi tutto, probabilmente i riferimenti alla macchina a vapore sono nel film che non ho visto ed è del marito dell’autrice: Fritz Lang. Ma questo romanzo, particolarmente tedioso, pubblicato nel 1912 non corrisponde neanche alla sceneggiatura del film che è del 1926. L’autrice ci ha lasciato solo quest’opera di un certo rilievo e già questo doveva insospettirmi. La storia probabilmente la conosciamo già. C’è l’uomo che ha creato le macchine che regolano la sua città e c’è suo figlio che si innamora di colei sta per innescare la rivolta degli “operai”. Riferimenti biblici, magici e misterici a go-go per una storia innervata dalla mentalità tedesca dell’epoca. La maggior parte dei personaggi sono assolutamente bidimensionali, il monaco Desertus non assolve a nessuna delle normali funzioni narrative. C’è, senza un perchè. Se mentre lo leggete vi capita di pensare ad altro non preoccupatevi è normale.
“Ti sei scordato che gli amanti sono sacri. Anche se si sbagliano, Joh, il loro errore è sacro. Anche se sono folli, Joh, la loro follia è sacra. Perchè dove esistono gli amanti, esiste il giardino di Dio, e nessuno ha il diritto di cacciarli di lì. Nemmeno Dio. Solo il loro peccato lo può.”
Thea Von Harbou, Metropolis, Milano, Newton, 1996, pp. 126.





