Posts Tagged ‘Maturità 2008’
La storia questo ci insegna: che dalla storia nessuno ha imparato.
Banksy, copertina dell’album dei Blur Think Tank, 2003.
Gli esami di maturità di giugno sono lontani e, per quanto riguarda la scuola, si inizia già a pensare agli esami di riparazione di settembre. La maturità del 2008 è stata contrassegnata da polemiche infinite, errori grossolani e, ovvia conseguenza, qualche testa saltata nel ministero della pubblica istruzione. Poca attenzione, a mio parere, ha suscitato il tema incandescente (e per questo forse prevedibile) della storia. La seconda prova del liceo classico (19 giugno) era infatti la versione di greco: Un codice etico per lo storico. Neanche un mese prima, sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali, si discuteva della possibilità di far cooperare studiosi di vari Paesi con lo scopo di giungere a conclusioni condivise. Studiosi francesi e tedeschi hanno preparato un manuale comune di storia riguardante il periodo 1815-1945. Tentativi analoghi sono in corso tra le varie etnie della Bosnia e tra il Giappone e la Corea. Non è un buon segno che per scrivere un manuale che non sia faziosamente nazionalistico occorra la collaborazione di studiosi di diversi Paesi. Insomma, la storia potrebbe divenire un racconto mediato in lunghe trattative, concessioni fra paesi ostili per equilibrare una bilancia a scapito di un giudizio autonomo.
Le vere storie “oggettive” nascono dalla profonda soggettività di chi la storia studia e racconta secondo i canoni della storiografia. Il lavoro, il confronto e il dibattito storiografico, con le relative innovazioni concettuali, tecniche e documentarie, fanno essi, egregiamente, e nell’unico modo possibile, ciò che si vagheggia per le storie “bipartisan”; e la storia della storiografia per i problemi che si affrontano rende ampio conto del senso che ha la pluralità delle voci storiografiche.
Giuseppe Galasso, Storia bipartisan, un’idea sbagliata, Corriere della Sera, Venerdì 30 Maggio 2008
Un codice etico per lo storico
Tale sia dunque per me lo storico. Deve essere senza timore, imparziale, libero, amante della libertà di parola e della verità; come dice il poeta comico, intenzionato a chiamare fichi i fichi e barca la barca, non per odio né per amicizia assegnando un giudizio né trattenendosi o perché prova pietà o perché prova vergogna o perché è turbato; giudice equo, benevolo con tutti quanti fino al punto di non assegnare a una delle due parti qualcosa di più del dovuto, straniero nei suoi libri e senza patria, autonomo, non soggetto ad un sovrano e uno che non calcola che cosa sembrerà bene a questo, ma che dice che cosa è stato fatto. Tucidide dunque regolò benissimo questo aspetto e distinse virtù e vizio storiografico, perché vedeva che Erodoto suscitava soprattutto la meraviglia, fino al punto che i suoi libri furono chiamati con i nomi delle Muse. Tucidide dice infatti sia di scrivere la storia come possesso perenne più che come successo valido per il presente, sia di non abbracciare il favoloso ma di lasciare ai posteri la verità degli avvenimenti. E introduce l’utile e il fine della storia che uno che sia saggio si proporrebbe, così che, se un giorno nuovamente accadessero cose simili, possano, dice, guardando ai fatti messi per iscritto in precedenza, ben regolarsi in quelli che sono sotto gli occhi.
Luciano di Samosata
Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà
Pubblicato nel 1964 negli Stati Uniti, dove Herbert Marcuse, insieme a molti altri esponenti della Scuola di Francoforte, si era rifugiato trent’anni prima, agli albori dell’era nazista, L’uomo a una dimensione appare in Europa solamente tre anni dopo, riscuotendo un enorme successo, tanto che molti vi vedono il precursore se non l’istigatore dei movimenti di rivolta che conobbero la loro fase più acuta e mediaticamente memorabile con gli scontri tra studenti e polizia che ebbero luogo in Francia, nel maggio del 1968. A prestar fede alle parole di Luciano Gallino, primo traduttore italiano dell’opera, “in pochi mesi, a suon di centinaia di migliaia di copie, quest’opera fece dell’autore il maestro della nuova sinistra, che in quegli anni [...] andava mettendo vigorosamente radice nelle università europee. Per quanto riguarda l’Italia, si può dire che negli anni intorno al ’68 non vi sia stato studente universitario che non abbia letto il libro, o non ne abbia respirato in qualche modo gli argomenti attraverso il dialogo con i compagni”[1].
Ora, posto che l’università italiana negli anni intorno al ’68 doveva essere davvero un mondo meravigliosamente aperto e fertile, se anche gli studenti di ingegneria, di legge o di medicina avevano tempo da perdere (e sufficiente dimestichezza con la filosofia di Hegel e la teoria della critica sociale di Marx, senza tralasciare un’infarinatura di psicanalisi freudiana e qualche nozione di logica analitica) per dedicarsi ai non sempre agevoli ragionamenti di Marcuse, il problema è capire cosa rimane, oggi, di valido e comprensibile, della spietata critica al Sistema (termine che rappresenta probabilmente la principale eredità linguistica e ideologica sessantottina, benché Marcuse utilizzi prevalentemente il termine “Società”[2]) condotta dall’autore. Leggi il seguito di questo post »






