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Hyper Fidelity.

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Big Self-Portrait, 1967-68 Acrylic on canvasNell’aprile dello scorso anno, durante un mio breve soggiorno a Madrid, ho avuto modo di assistere nel Museo Nacional Reina Sofia ad una mostra su Chuck Close (Paintings: 1968-2006). Raramente erano stati esposti in Europa i lavori dell’artista americano classe 1940.

Davvero incredibile questa rassegna delle sue opere, che si apriva con Big Self-Portrait, un’opera in grado di illuminare da subito la sua arte.

Ad un primo sguardo, e da una certa distanza, avevo scambiato l’autoritratto per una semplice foto in bianco e nero di grandi dimensioni (273,05 x 212,09 cm). Avvicinandomi alla tela invece il volto si sgranava, come se stessi osservando attraverso un microscopio che ne esasperava i pori, le protuberanze, le rughe e i filamenti (barba, peli e capelli). Tutto sembrava scattare fuori dal quadro, quasi in 3D.

Close è stato negli anni ‘70 uno dei capofila di quella corrente dell’Iperrealismo americano votata alla ricerca di un massimo di fedeltà, anzi, di alta fedeltà, alla realtà massificata, consumistica e standardizzata dei nostri giorni vista attraverso l’obiettivo fotografico.

Leslie, 1972-73 Watercolor on paper mounted on canvas.

Celebre per i suoi giganteschi ritratti, anche se non accetta committenze, Close si basa esclusivamente su primi piani fotografici rigidamente frontali. La sua tecnica consiste nel proiettare una fotografia sulla tela per mezzo di una griglia. L’utilizzo di questo reticolo gli consente di aumentare moltissimo le dimensioni dell’immagine, mantenendone metodicamente la somiglianza, che anzi viene acuita dalla nitidezza quasi maniacale nella resa dei particolari. Si tratta evidentemente di un procedimento estremamente lungo e faticoso che ben spiega lo scarso numero di opere prodotte nel corso della sua carriera.

La ricerca artistica di Close comporta quindi una serie di operazioni meccaniche di ingrandimento e di riproduzione dell’immagine in scala macroscopica su carta o tela, ottenendo come risultato finale un effetto realer than real, da qui Iperreale.

L’artista cede all’impersonalità del mezzo meccanico e attraverso questo virtuosismo tecnico è in grado di realizzare una copia esatta dell’originale. L’apparecchio fotografico realizza l’immagine effettiva, che il pittore a sua volta riproduce in seconda battuta, talvolta con gli stessi difetti e le stesse deformazioni dell’obiettivo, con le stesse rigidità che derivano dalla mancanza dei poteri di aggiustamento che sono propri, invece, dell’occhio umano. 
Il rapporto con la macchina fotografica, che ai suoi esordi fu concepita come una seria minaccia all’arte figurativa, nell’Iperrealismo perde ogni conflittualità, anzi si pone consapevolmente in alternativa al vedere risolto con i mezzi classici della pittura.

- Per un panorama sulle tendenze artistiche degli ultimi anni Renato Barilli, Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005.

Written by EDN

Martedì 29 Aprile, 2008. alle 19:17

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Jenny Saville e la sala operatoria dell’iperreale.

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reverse.jpgMi piacerebbe spendere due parole per questa pittrice, Jenny Saville. Purtroppo a parte  un esame di storia dell’arte contemporanea (e uno di storia moderna), in questo campo sono poco più che un amateur. Alcune immagini, però, non hanno bisogno di critici d’arte per entrarti sotto la pelle. Perché è proprio di questo che si parla. Guardare per credere, nella sezione immagini di una normale ricerca di Google. Basta digitare il nome di questa autrice per vedere i suoi lavori. I temi sono quelli ormai a noi cari. Sale operatorie, chirurgia estetica, transessuali, obitori. Il tutto nello stile di serial alla Nip/Tuck, C.S.I., Dr.House e Six Feet Under. Non vedenti, mutilati e corpi dalla sessualità indecifrabile che rendono in pieno il processo di insensibilizzazione alla carne e al sangue di cui la “modernità” ci ha gentilmente fatto dono. L’opera riportata qui sopra è intitolata Reverse del 2003… particolari così forti che da soli descrivono tutto: la vita, la nascita, la morte… Perchè tutto palpita, non solo la vita. Anche la morte può essere palpitante.

“Cerco di trasformare qualcosa che comunemente non è ritenuto bello attraverso un processo di sublimazione. Mi interessa soprattutto la relazione che esiste tra la carne e la pittura. Se voglio realizzare il ritratto di un travestito è perchè quel corpo è una specie di specchio dell’epoca in cui viviamo, un corpo che è un misto di naturale e artificiale.”

jennysaville20.jpg

Azzarderei; se i cubisti collassavano, disfacevano le figure, Jenny Saville immortala (in realtà questi corpi sono già morti, o forse non sono mai stati vivi, proprio come dei cloni) i processi che nella realtà intaccano e corrodono i corpi e la carne. Quello che viene rappresentato è il nostro nudo guscio analizzato da una pittura corposa nella sua estrema e clinicamente fredda concretezza. Si può provare disgusto o raccapriccio, ma spesso prevale una certa curiosità.

Pensare che in realtà la maggior parte delle code che si formano in autostrada, sono dovute alle macchine che rallentano per vedere gli incidenti la dice lunga sulla curiosità umana.

Un articolo interessate sull’artista inglese è presente nell’archivio del Corriere della Sera.

 
JENNY SAVILLE AND THE HYPER-REALITY OPERATING ROOM
I’d like to say a few words about Jenny Saville, an English artist.
Unfortunately, save for a class of modern art I attended at the university, I am really just a neophyte in this field. Some images, though, don’t need a critical mediation to penetrate under your skin. Because this is what I’m talking about. Seeing is believing: just search the Google images section. Type her name and take a look at her works. The subjects she deals with are all but familiar to everyone of us: operating rooms, plastic surgery, transsexuals, morgues, along the lines of celebrated television series like Nip/Tuck, C.S.I., House, M.D., or Six Feet Under. Blind, mutilated people, bodies whose gender is undecipherable, pictures that faithfully convey the process of emotional numbing at the sight of human flesh and blood, a gift kindly bestowed upon us by the “modern age”. The picture shown above is called Reverse… the details are so strong that they express everything: life, birth, death… because everything pulsates, not just life. Even death can be pulsating.

“I am trying to convert something which is not commonly held as beautiful through a process of sublimation. I am mostly interested in the relation between flesh and painting. If I set out to make the portrait of a transvestite, it is because that body is a kind of mirror of the times we live in, a body which is a mixture of natural and artificial.”

My guess is: while the cubist painters used to collapse the figures, deconstructing them, Jenny Saville immortalizes (for these bodies are already dead, or maybe they were never alive in the first place, just like clones) the very same processes which mark and corrode the bodies and the flesh in the real life. What we find in her works is our naked shell, analysed under the lens of a painting style incredibly thick and vivid in its completely detached, almost surgical matter-of-factness. One might feel repulsed or sickened, but the prevailing feeling is one of curiosity.

To think that most of the lines on the highways are caused by people, slowing down to take a look at car crashes, goes a long way toward explaining the nature of human curiosity.

Written by EDN

Domenica 2 Dicembre, 2007. alle 12:55

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