Dell’infelicità umana e del conforto trovato in una sottovalutata torta di mirtilli.
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“Non bisogna aver paura del romanticismo per apprezzare My Blueberry Nights”.
Wong Kar-wai impiega le esperienze e le soluzioni narrative sperimentate nei precedenti film per realizzare la sua prima pellicola girata in lingua inglese.
Fra le opere che hanno segnato la carriera di Wong Kar-wai bisognerà tenere bene a mente il film che lo ha rivelato al pubblico Italiano: Hong Kong Express. Non nascondo che un ritorno in grande stile (innanzitutto) a quel capolavoro era proprio quello che attendevo.
In My Blueberry Nights (in Italia il film è uscito nelle sale con l’improbabile titolo Un bacio romantico) il viaggio verso ovest della protagonista Elizabeth (Norah Jones) è molto simile a quello compiuto (in California?) dall’inserviente del locale frequentato dall’agente 633 in Hong Kong Express.
My Blueberry Nights (Un bacio romantico).
Quelle chiavi erano di un giovane ragazzo di Manchester, Inghilterra, che faceva programmi e sognava di correre ogni maratona di questo paese cominciando da New York. Stava per scrivere un racconto delle sue esperienze e finì per gestire un caffè. Poi furono date a una ragazza russa che amava collezionare chiavi e guardare tramonti.
Sfortunatamente amava più i tramonti delle chiavi e finì per scomparire in uno di essi.
Elizabeth
Caro Jeremy,
negli ultimi giorni ho imparato come non credere alle persone e sono felice di aver fallito.
Qualche volta dipendiamo dalle altre persone, come uno specchio per definirci e dire chi siamo, ed ogni riflesso mi rende un po’ più me stessa… Elizabeth.
“Sono io la Terza Rivelazione!”
Upton Sinclair, chi era costui? Pochi leggono ormai i mastodontici romanzi dell’autore di Oil! 1927, da cui Paul Anderson ha tratto Il petroliere vincitore di 2 Oscar. Nato a Baltimora nel 1878 Sinclair fu circondato dalla fama di sommo scrittore sovversivo. Il che non gli impedì di pubblicare un volume dopo l’altro, inclusi due tomi intitolati Boston sul caso di Sacco e Vanzetti, e di vincere nel ‘42 il Pulitzer. Il libro di Sinclair narra le origini dell’epopea petrolifera nordamericana, la parabola di Daniel Plainview petroliere avido e affamato e l’estremismo religioso di un giovane pastore assetato di finanziamenti. Temi trattati con una maestria sorprendente. La cupidigia di entrambi i personaggi sfocerà in un finale parossistico da stropicciarsi gli occhi.
Tullio Kezich dalle pagine del Magazine del Corriere della Sera racconta un curioso aneddoto sulla vicenda di Sinclair. La moglie dell’autore doveva realizzare con S.M. Ejzenstejn il film Que viva Mexico! Il progetto s’interruppe per motivi economici e di produzione e tramontò definitivamente quando Ejzenstejn fu richiamato in Urss. Kezich conclude laconicamente il suo articolo: Non c’è da stupirsi che Sinclair, responsabile della distruzione del capolavoro, sia ricordato con obbrobrio dai devoti della Decima musa.
La Fabbrica dei sogni hollywoodiana continua a trarre ossigeno dalla letteratura. Non è un paese per vecchi ha vinto ben 4 Oscar (attore non protagonista, sceneggiatura non originale, regia e miglior film) e la maggior parte delle persone pretende di incontrare a ben ragione un capolavoro. Le aspettative si sciolgono rapidamente di fronte a un film non semplice eppure ricco e sorprendente. Un film di cui si continua a parlare… e direi a ben ragione, di spunti ne ha fin troppi. Parliamo dell’autore, anche lui vincitore del premio Pulitzer nel 2007 con il romanzo La strada.
“Se cresci nel Sud conoscerai la violenza” dice Cormac McCarthy. “E la violenza è ripugnante”. La maggior parte dei romanzi di questo autore raccontano l’anima oscura degli USA. Violenza Odio e Male sono i reali protagonisti delle sue storie. In questo senso, a mio parere, i fratelli Coen hanno dimostrato di poter trarre un film da un libro senza travisarne lo spirito (Kubrick e pochi altri ne sono stati capaci). Nel film sembra mancare un protagonista principale proprio per questo motivo, e perciò si rimane abbastanza smarriti nel non vedere la fine di Llewelyn Moss. Non ci sono personaggi, ma solo vettori e attanti che si muovono nelle “tre dimensioni” del Male, violento e irrazionale, spinti dal denaro e dall’avidità. D’altronde per citare ancora McCarthy “Se scrivevo di violenza in modo esagerato, lo facevo guardando al futuro che immaginavo ancora più violento” infatti è una sintesi perfetta dei nostri tempi. “Ed è andata così. Qualcuno ricorda di aver visto una decapitazione in televisione vent’anni fa? Io no”… Questo strano romanziere grazie ai Coen ha dato vita alla Violenza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica!
I now walk into the wild.
Ho visto Into the wild di Sean Penn. Un film bello, al quale non si può rimanere indifferenti. La colonna sonora di Eddie Vedder è capace di evocare, forse più delle immagini, la natura selvaggia e incontaminata.
Il film, dicevo, è basato sulla storia vera di Christopher McCandless raccontata nel libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Un film ricco di spunti di riflessione, nonché di citazioni dalle letture del protagonista: Byron, Thoreau, Tolstoj e London.
Subito dopo essersi laureato Christopher McCandless decide di sparire dai suoi conoscenti (in realtà ci vengono mostrati solo i genitori) e intraprendere una vita di vagabondaggio, preferendo la strada e la natura alle carte di credito e alla città. Nel suo vagabondare Chris, sempre più alla ricerca di una vita autentica, matura la scelta di andare in Alaska e di abbandonarsi in quelle fredde lande, dove la natura potente e maestosa permette una comunione quasi primordiale. Questo ragazzo, poco più che ventenne, si trova in un momento della sua vita segnato da importanti decisioni, spesso già prese, e di strade da intraprendere quasi sempre segnate. Ad ogni modo, sono cambiamenti che tutti durante la nostra vita, prima o poi, ci troviamo ad affrontare. A volte però, dei cambiamenti si ha paura, non sempre si prendono nuove strade serenamente. E’ nella natura umana e la paura può renderci spietatamente lucidi. Il protagonista stesso lo sottolinea: non conta essere forti, ma sentirsi tali. Si perché la paura è una affezione della mente che colpisce anche i forti, non chi si sente forte. Le scelte del protagonista sono dettate da un rigido codice morale, dal suo anticonformismo, dal suo radicale rifiuto per la società (quella dei consumi, degli oggetti, dell’accesso). Centrale è il suo rapporto con i genitori. Questi vengono condannati senza appello. Forse, senza neanche saperne il motivo. Chris colpisce il più forte, freudianamente la figura paterna. Chi immaginerebbe che il genitore violento, dal passato torbido e dalla ostinata fede nel successo personale, sia anche quello più distrutto da quest’abbandono?
La perdita delle nostre certezze e delle nostre sicurezze (non aveva mappe e nessuno sapeva dov’era), prima ancora che delle nostre convenzioni sociali, può riportarci ad uno stadio originario? Possiamo ritrovare il nostro antico legame con la natura? Ci sono posti incontaminati? A questo proposito il film sembrerebbe rispondere no. Anche nella natura più selvaggia, a Chris bastava alzare lo sguardo al cielo per vedere gli aerei che lo solcano. Nello stato di natura l’uomo ha lo stesso valore di un alce, di un fiume e di una radice velenosa. L’unica cosa che può farci sopravvivere è l’esperienza. Anche se raccolta in un libro, a volte però, potrebbe non bastare neanche questa.
Il nostro personaggio nella più totale solitudine, e sembra non curarsene, cerca la Verità. Chris arriva a condannare l’uomo moderno perché trova la sua realizzazione solo nei rapporti personali. Ma questa affermazione viene messa in aperta contraddizione alla fine della sua storia, quando sembra raggiungere una verità irriducibile. Quando con la mente torna a tutte le persone che ha conosciuto (e migliorato?).
La felicità è reale solo quando condivisa.






