1-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).
Aristide. Mancano 5 ore e 53 minuti
Il turno del pomeriggio è cominciato da poco quando Aristide Toscano ritorna in ufficio dal bagno, sta per risedersi nella sua postazione, poi si infilerà nuovamente le cuffie e riprenderà il suo lavoro. È tra i pochi, lì, dentro il call center, a mettere il programma in stand by quando si assenta, lo fa perché teme di essere controllato e pensa che quella inadempienza lo possa far licenziare. Perderebbe un lavoro del cavolo, lo sa, ma è troppo pigro per cercarne un altro. Anche lui, come gli altri, ha pensato bene di andare a lavorare il giorno di Natale, perché gli hanno detto che di solito arrivano tante telefonate, ma fino ad adesso ne sono arrivate poche. Come capita nei giorni normali, sempre più spesso, da qualche mese a questa parte. Ma non è solo per questo che è andato lì quel giorno. Aristide vive solo, non ha né moglie e né figli, inoltre con quel lavoro non potrebbe permetterselo. Non gli piace andare a pranzo dai genitori, perciò tanto valeva passare il pomeriggio lì. Non si siede Aristide Toscano, qualcosa lo distrae, c’è una strana confusione, ci sono alcuni colleghi in piedi affacciati alla finestra che guardano curiosi verso il basso. Fra meno di un’ora sarà buio. È un Natale grigio, come l’asfalto che separa gli stabilimenti di Cinecittà dal palazzo dove Aristide lavora, una strada cinerea di macchine vuote, ferme, fredde. Aristide si affaccia pure lui. Nel parcheggio c’è una donna che reclama qualcosa ad alta voce. Sembra una donna non più bella, ma che lo è stata, nemmeno troppo tempo fa. Ha con sé un trolley, tiene in mano il cappotto e continua a fare gesti verso i piani alti dell’edificio da cui si affacciano gli operatori. La donna è vestita completamente di rosso, anche il cappotto è rosso e anche il trolley. L’uomo nota anche un altro particolare, sotto il cappellino, rosso, indossato dalla donna, si intravede una ciocca di capelli bianchi, ben distinta dal resto della folta massa corvina. Mentre gli altri restano affacciati, Aristide Toscano invece si affretta a risedersi al suo tavolo, infila le cuffie giusto in tempo per ricevere una telefonata: 119 buonasera, in cosa posso esserle utile?
Marilena. Mancano 5 ore e 49 minuti.
Certi giorni apri la posta e sono successe almeno tre miliardi di cose! Oggi Mario, il capo di Marilena, le aveva scritto ricordandole di non dare troppa corda agli operatori, deve ragionare da ATS, non da operatore. Non era la prima volta che le veniva mossa quella critica. Aveva già risposto che, se lo faceva, era per immedesimarsi con loro e poterli così assistere meglio. Nessuna mail di commento. Che cavolo vuol dire ragionare come un operatore? Per cosa sta la sigla ATS? Perché lei, che è un’ ATS da ben sei mesi, non ancora lo sapeva? Gli operatori, tranne Aristide, quello che non parla mai con nessuno, erano tutti affacciati fuori dalla finestra, avrebbe dovuto richiamarli, ma immaginava già i mugugni al suo indirizzo. Sperava si risedessero al più presto di loro spontanea volontà.
Marilena aveva promesso ad Enrico, l’uomo che aveva sposato da un anno, che durante il periodo natalizio non sarebbe andata al call center. Del resto ormai che senso aveva, a Marzo le scadeva il contratto e ad Aprile partivano per la California, dove suo marito aveva vinto un prestigioso assegno di ricerca. Eppure quel giorno era andata a lavorare. Perché? Perché a Mario, il suo capo, avrebbe fatto piacere, l’avrebbe apprezzata. Mario. Aveva 35 anni, come lei e come Enrico, ma era proprio un uomo carismatico, un bell’uomo, lo si capiva anche da come scriveva le mail. Un complimento e un rimprovero, una carezza ed uno schiaffo. Comunque la mail di oggi diceva che sopra, all’ultimo piano, c’erano spumanti e panettoni da offrire agli operatori. Marilena si alzò per andare a prendere quella roba. All’ultimo piano non c’era mai stata. Avrebbe fatto gli auguri di Natale a Mario di persona. Aveva fatto proprio bene ad andare a lavorare quel giorno, pensa se quella fortuna fosse toccata ad un’altra e non a lei. Suo marito si era arrabbiato molto perché lei lavorava il giorno di Natale, si era detto perfino geloso di Mario. Marilena però rideva di questa gelosia, anche perché lei, Mario, non lo aveva mai visto.
Bruno. Mancano 5 ore e 43 minuti.
Bruno Cortona non aveva mai nemmeno pensato che a 56 anni si potesse passare il Natale così. Adesso però la cosa non gli sembrava più tanto strana. Quello che lo innervosiva, semmai, era il fatto che la cosa non gli sembrasse strana. Non era contento di stare lì, ma proprio non ce l’aveva fatta. A pranzo dai genitori della moglie, i nonni di sua figlia, i suoi suoceri insomma, Bruno dopo un po’ non aveva retto più alle punzecchiature di Maurizio Impallomeni, da quarant’anni la migliore pasta all’uovo della Tuscolana, come amava ricordare almeno una dozzina di volte ogni volta che si mangiava al suo tavolo. Sua moglie, il fatto che praticamente vivessero solo con lo stipendio di lei, non glielo faceva pesare mai, men che meno sua figlia Sara, che però lui non guardava in faccia ormai da un paio di anni. Troppa la vergogna di essere un padre che guadagna quattrocento euro al mese. Ma suo suocero, che aveva regalato a Sara, la vacanza studio estiva a Brighton, non esitava a rimarcare, ogni volta che ne aveva occasione, che lui certe cose, certe vite che non erano andate da nessuna parte, certi uomini, proprio non li capiva. Se Bruno faceva buon viso, a cattivissimo gioco, era solo per non dare dispiaceri a sua moglie. Altrimenti… Così era venuto a lavorare, quasi una sorta di penitenza, la sua. Le telefonate ai clienti a cui doveva spiegare come installare un software gli fruttavano 1 euro e 70 per tre quarti d’ora di spiegazioni. 1 euro e 70. Adesso vada sulla barra degli strumenti e clicchi su impostazioni. Bene, ora… Di solito beveva quando usciva da lavoro, non troppo, altrimenti sua moglie se ne sarebbe accorta e, appunto, non voleva darle dispiaceri. Ma quel giorno proprio non ce l’aveva fatta, si era portato la bottiglia lì dentro e quando tutti i colleghi si erano voltati a guardare dalla finestra una poveraccia venuta fin lì per cercare un operatore con cui aveva parlato tutta una notte, Bruno aveva ingollato quasi mezza bottiglia di Whisky, trafugata dalla credenza di suo suocero, che, ovviamente, si proclamava astemio. Impallomeni aveva 69 anni e due mesi prima si era corso pure la maratona di New York. Ma quando crepava quello!
Walter. Mancano 5 ore ed un minuto.
Il coraggio, sempre quello, il coraggio. A Walter era sempre mancato. Anche quando Laura lo aveva lasciato gli aveva detto queste parole “Ti lascio perché non hai il coraggio di farlo tu”. Beh, insomma. A lui non è che mancava il coraggio, più che altro mancava la voglia, comunque doveva riconoscere che la ragazza aveva trovato un bel modo per scaricarlo. E così era diventato oversize, insonne, aveva lasciato l’università e dopo il servizio civile (a Pian degli Archi, qualcuno sa dov’è?) aveva cominciato a lavorare nel call center. E qui, quando le cose non andavano più bene, quando i telefoni squillavano ogni venti minuti, 18 ad andar bene, il coraggio di fare qualcosa era venuto pure a lui. Ma non era servito a nulla. Aveva protestato per la riduzione del guadagno per telefonata di 10 centesimi, gli era stato risposto che era un errore di stampa. Un errore di stampa che non veniva corretto da 16 mesi ormai. L’estate scorsa aveva protestato per l’eccessivo calore negli uffici, non riusciva a smettere di sudare e si era presentato in direzione con in mano un termometro. La colonnina di mercurio indicava 34 gradi. Aveva detto solo “Che volemo fa?” Ma la risposta era stata sempre la stessa, se non gli andava bene non era obbligato a star lì, poteva andarsene. Carta canta, sul contratto era scritto chiaramente e lui aveva firmato. A forza di tirarla sempre di più, la corda prima o poi si spezza. Così oggi gli era venuta in mente una cosa. Voleva fare un bel regalo di Natale ai dirigenti del call center, ce l’aveva nello zaino.
Nico. Mancano 4 ore e 58 minuti.
Nico ci aveva provato a cambiare lavoro, tutti rigorosamente in nero: pony express, scaricatore di merci in un supermercato (peraltro Coop), rappresentante di aspirapolvere, meccanico, camionista, spazzino, elettricista, ecc. un mese qua, una settimana là, due giorni così. Nessuna professionalità acquisita, l’unico requisito veramente necessario per diventare un lavoratore precario del call center. Però aveva diritto ad un lavoro fatto in condizioni decenti. Non aveva mai abbassato il capo in vita sua, proprio come gli aveva insegnato suo padre, una vita da sindacalista fino a che, i miasmi che aveva respirato nella fabbrica dove aveva lavorato per 20 anni, non glielo avevano portato via. Non avrebbe abbassato la testa lì dentro. L’assemblea che aveva organizzato con gli altri si era rivelata un successo, quasi il 90 per cento degli impiegati vi avevano aderito, perfino alcuni ATS. Si era tolto la soddisfazione di mandare a quel paese quei sindacalisti fantoccio che avevano saputo dire solo ” chi semina vento, raccoglie tempesta”, in un tripudio di cori e applausi che sembravano non finire più. Che soddisfazione! Adesso veniva il difficile, sarebbero davvero cambiate le cose? Era venuto a lavorare il giorno di Natale perché, si sa, la gente si regala i telefonini e ci sono le nuove tariffe, promozioni, omaggi, ricariche regalo ecc. e arrivano parecchie telefonate, invece se agli altri ne erano arrivate poche, a lui non ne era arrivata neanche una. “Loro” potevano gestire lo smistamento delle chiamate e avevano deciso di metterlo a dura prova quel giorno. Nico l’aveva capito, altrochè, ma cercava di rimanere tranquillo, rilassato, gli costava tanta fatica darsi quel contegno, ma lui era forte, anche se da un po’ aveva preso a tremargli il sopracciglio. Walter, compagno di lotta e amico, gli si era avvicinato, aveva uno zaino sulle spalle ed era pallido in viso Hai visto i volantini appesi qui fuori? >>>2






Mi chiedevo se il racconto finisse così, oppure se vi sia una “seconda parte”.
Mi chiedevo se l’avessi scritto tu, oppure no. Se no, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, come mai hai deciso di pubblicarlo, se ve ne saranno altri…
Nel post precedente avevo accennato al fatto che avrei pubblicato questo racconto in più parti, infatti la seconda parte è già online e la terza lo sarà da venerdì. Non l’ho scritto io, ma Daino (che ho invitato come contributor del blog) e, ironia della sorte, proprio oggi ho messo piede per la prima volta in vita mia in un call center (indovinate di cosa?). Spero ci saranno altri racconti da pubblicare… diciamo che questo è una sorta di speaker’s corner di prova.