beat generation

Robert Rauschenberg, Kite (Aquilone), 1963
…ordine tecnologico e disordine esistenziale si mescolano, agitati come in uno shaker…
Quando il bisturi muta in penna di precisione.
Recentemente e casualmente mi sono imbattuto in un eccezionale articolo presente su Internazionale (18/24 Aprile 2008 n.740). L’autore, Atul Gawande, è professore di chirurgia alla Harvard medical school di Boston. Scrive di medicina e scienza per il New Yorker, dove è apparso originariamente l’articolo in questione. In Italia nel 2005 è stato pubblicato da Fusi orari il suo primo libro Salvo complicazioni (Appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta). Il suo ultimo lavoro, non ancora tradotto in italiano, Better: a surgeon’s notes on performance è entrato nella classifica bestseller del New York Times e giudicato da Amazon.com come uno dei migliori dieci libri del 2007.
L’eccezionalità dell’articolo è dovuta a diversi elementi.
Il tema scientifico-medico trattato, senz’altro non uno degli argomenti in grado di interessarmi (tant’è che credevo si rivolgesse ad una schiera di giovani studenti di medicina). Invece no, il tema è decisamente più universale: il corpo umano, gli ospedali ed in maniera particolare le unità di terapia intensiva.
E’ un termine oscuro. Gli specialisti del settore preferiscono dire che fanno “medicina critica”, ma questo non chiarisce molto la questione. L’espressione “sostegno alla vita” rende meglio l’idea. Le unità di terapia intensiva assumono il controllo artificiale di corpi che non funzionano più.
Segue una lunga accurata analisi di queste unità ed alcuni esempi di casi clinici (scordatevi di incontrare il Dr. House).
Attraverso un discorso in stile matematico-deduttivo e assolutamente avvincente (e forse per questo convincente, ma parlo da accanito lettore di Sherlock Holmes) Gawande dimostra come molte vite umane possano essere salvate da una semplice checklist.
La terapia intensiva è diventata l’arte di saper gestire situazioni estremamente complesse . Ma anche se questa complessità può essere umanamente gestibile. [...] La terapia intensiva ha successo solo quando le probabilità di fare del male sono molto più basse di quelle di fare del bene. E mantenere questo rapporto è difficile. [...] Nel sostegno alla vita dei reparti di terapia intensiva c’è troppa medicina perché una persona sola la possa gestire.
Dopo aver divorata l’articolo di Gawande sono assolutamente convinto dell’utilità delle checklist e della loro versatilità, anche se ciò non è ne implicito ne esplicito nel suo discorso. Eppure:
- aiutano la memoria, specialmente nelle questioni di ordinaria amministrazione che vengono spesso trascurate nelle situazioni critiche,
- rendono esplicite le misure minime da seguire nelle procedure complesse.
3-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).
Leggi la prima parte>>>
Nico. Mancano 2 ore e 47 minuti.
Prezzolati dall’azienda per far saltare il rinnovo del contratto. Nico rilesse quel volantino una decina di volte. Era diabolico, indicava lui e gli altri organizzatori dell’assemblea come spie dell’azienda che cercavano di ostacolare il lavoro dei sindacati, erano loro a voler far saltare il vantaggioso rinnovo contrattuale alla quale la direzione stava lavorando. Vantaggioso per loro, certo! Chi mai avrebbe potuto credere ad una simile baggianata, chi mai avrebbe solo potuto architettarla. Passò un tizio che lavorava lì e che era venuto all’assemblea, se lo ricordava, Nico lo salutò e quello fece finta di non conoscerlo. Gli venne il sangue alla testa, come un pazzo si mise a strappare tutti i volantini da tutti gli uffici, sotto lo sguardo attonito degli operatori, che preferivano far finta di ignorarlo.
Quindi si recò nella sala adibita alla pausa, si mise davanti ad una telecamera a circuito chiuso e con un accendino mise fuoco ai volantini. Voleva far scattare la sirena antincendio, creare un disagio all’azienda, ma l’allarme non era scattato, evidentemente non funzionava, non era a norma. Aveva scoperto anche questo. Li avrebbe potuti denunciare. Se ne rimase a bruciare quei volantini uno ad uno, sentendosi pieno di rabbia da scoppiare, ma allo stesso tempo si sentiva anche un po’ ridicolo. Finché, dal fumo provocato dai volantini bruciati, non spuntò un tizio in giacca e cravatta, neanche quarant’anni, baffetto curato alla Clark Gable e capelli tenuti all’indietro dal gel, si teneva un fazzoletto alla bocca per non respirare il fumo. Si era avvicinato a Nico e lo aveva invitato a recarsi in direzione non appena avesse finito con la sua, ehm, attività. Quindi era nuovamente scomparso nel fumo. continua a leggere…
2-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).
Aristide Ore 2 e 45 di notte di una settimana prima.
119 buonasera, in cosa posso esserle utile? Era cominciata così quella conversazione, una settimana prima. Il guadagno per telefonata avviene con almeno 2 minuti e 40 secondi, quindi di solito, superata questa durata, butti giù, tanto guadagnerai sempre lo stesso, ma quella notte, invece era rimasto a parlare a lungo. Del resto le telefonate non arrivavano mica, ormai s’era rassegnato. Un po’ si vergognava del suo nome, Aristide, e allora aveva detto, a quella donna dalla voce così bella, che si chiamava Alan, gli sembrava un nome figo, Alan. A dire la verità, neanche quella aveva un nome troppo alla moda, si chiamava Concetta, ed era la persona più simile a lui con cui avesse mai parlato.
Concetta abitava a Canicattì e si era appena separata dal marito, un uomo che per gelosia nei suoi confronti spesso diventava violento. Ma non le andava di parlare di quelle cose quella notte. Si sentiva molto sola e non riusciva prendere sonno, così aveva telefonato, aveva sentito di gente che lo fa ed aveva provato anche lei. I due si erano trovati subito, avevano parlato di mille cose. Sembrava a tutti e due di conoscersi da una vita. Poi si era fatta quasi l’alba ed era ora di staccare, di lasciare libera la postazione ad un altro operatore che arrivava, ma i due ormai si erano messi a sognare, così, per gioco, un Natale insieme, a Roma. Un Natale con la neve. Come doveva essere bella Piazza Navona il 25 dicembre, con la neve poi! Ma lui come avrebbe fatto a riconoscerla, se fosse venuta? Beh, visto che era Natale lei si sarebbe presentata vestita completamente di rosso, e poi aveva questa ciocca di capelli bianchi che le era spuntata in testa dopo che il marito una volta l’aveva fatta cadere con la testa all’indietro e si era pure messa i punti, 5, per l’esattezza. Non poteva proprio sbagliarsi. Clic. La linea era caduta. Fuori non c’era ancora il sole e di colpo si era sentito le ossa molli di sonno. Il suo turno era finito. Aristide si era alzato dalla sedia e si era avviato verso casa. Avrebbe potuto ritrovare il numero di Concetta e telefonarle, magari potevano davvero incontrarsi. Ma no, dai! Una volta un suo vicino di casa aveva conosciuto per sbaglio una tizia sul cellulare e quella non lo mollava più, certi messaggi gli mandava!
Si era infilato sotto le coperte col rumore degli autobus che ricominciavano a circolare e aveva pensato che erano anni che non chiacchierava così a lungo con qualcuno, pensò anche che aveva risposto solo ad una telefonata in tutta la notte, quella di Concetta per l’appunto. Già guadagnava poco, se si metteva pure a fare queste scemenze… continua a leggere…
Duma Key. Il ritorno del “Re del Brivido”.
Horror waiting to happen

Approda oggi nelle librerie italiane l’ultimo romanzo di Stephen King Duma Key, l’ultima gemma del suo oscuro universo letterario…. Che dire di questo pozzo di storie vivente? Incredibile davvero la quantità di libri, racconti e romanzi che è riuscito a scrivere in quasi quarant’anni di carriera.
Questo romanzo è stato pubblicato negli Stati Uniti il 22 gennaio di quest’anno. Il 6 marzo Wu Ming 1 ha recensito il libro per le pagine de L’Unità.
Ed ecco la quarta di copertina.
Duma Key è una minuscola isola della Florida in cui si rifugia il protagonista, Edgar Freemantle, in seguito a un grave incidente. Menomato nel fisico e abbandonato dalla moglie, decide di ricominciare una nuova vita in questa striscia di sabbia e mare.
Affitta una casa da Elizabeth, un’anziana che è proprietaria di tutti gli appartamenti del posto, e si dedica a una vecchia passione: la pittura. I quadri che comincia a dipingere, specie quando il braccio amputato gli procura delle sensazioni fantasma, rivelano un talento eccezionale e non solo dal punto di vista artistico. Diventano macabre profezie, capaci di togliere la vita a chi li acquista e di far comparire e sparire cose e persone. Edgar dovrà capire qual è il mistero che avvolge Duma Key e se l’enigmatica signora Elizabeth e il suo passato hanno qualcosa a che fare con la forza che si sprigiona dalle sue creazioni artistiche.
1-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).
Aristide. Mancano 5 ore e 53 minuti
Il turno del pomeriggio è cominciato da poco quando Aristide Toscano ritorna in ufficio dal bagno, sta per risedersi nella sua postazione, poi si infilerà nuovamente le cuffie e riprenderà il suo lavoro. È tra i pochi, lì, dentro il call center, a mettere il programma in stand by quando si assenta, lo fa perché teme di essere controllato e pensa che quella inadempienza lo possa far licenziare. Perderebbe un lavoro del cavolo, lo sa, ma è troppo pigro per cercarne un altro. Anche lui, come gli altri, ha pensato bene di andare a lavorare il giorno di Natale, perché gli hanno detto che di solito arrivano tante telefonate, ma fino ad adesso ne sono arrivate poche. Come capita nei giorni normali, sempre più spesso, da qualche mese a questa parte. Ma non è solo per questo che è andato lì quel giorno. Aristide vive solo, non ha né moglie e né figli, inoltre con quel lavoro non potrebbe permetterselo. Non gli piace andare a pranzo dai genitori, perciò tanto valeva passare il pomeriggio lì. Non si siede Aristide Toscano, qualcosa lo distrae, c’è una strana confusione, ci sono alcuni colleghi in piedi affacciati alla finestra che guardano curiosi verso il basso. Fra meno di un’ora sarà buio. È un Natale grigio, come l’asfalto che separa gli stabilimenti di Cinecittà dal palazzo dove Aristide lavora, una strada cinerea di macchine vuote, ferme, fredde. Aristide si affaccia pure lui. Nel parcheggio c’è una donna che reclama qualcosa ad alta voce. Sembra una donna non più bella, ma che lo è stata, nemmeno troppo tempo fa. Ha con sé un trolley, tiene in mano il cappotto e continua a fare gesti verso i piani alti dell’edificio da cui si affacciano gli operatori. La donna è vestita completamente di rosso, anche il cappotto è rosso e anche il trolley. L’uomo nota anche un altro particolare, sotto il cappellino, rosso, indossato dalla donna, si intravede una ciocca di capelli bianchi, ben distinta dal resto della folta massa corvina. Mentre gli altri restano affacciati, Aristide Toscano invece si affretta a risedersi al suo tavolo, infila le cuffie giusto in tempo per ricevere una telefonata: 119 buonasera, in cosa posso esserle utile? continua a leggere…
Interesting, I think.
Prendere una penna, un foglio, e dedicare tempo ed energie alla scrittura: ecco un buon sistema per farsi venire in mente altre idee, probabilmente migliori di quelle da cui si è partiti.
Ma non solo. Anche confronto, riflessione e pazienza.
Poco prima di Natale, nella fase aurorale di questo blog, avevo proposto il racconto di Daino Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata). Nei giorni di vacanza le visite erano particolarmente scarse e, mio malgrado, tolsi il racconto in attesa di tempi migliori. Merita ben altra visibilità. Nei prossimi giorni, a partire da questa sera, questo breve racconto tornerà nuovamente online.
Molti avranno visto il film Tutta la vita davanti. Film che ha posto di nuovo in evidenza, qualora ce ne fosse bisogno, la situazione di molti lavoratori e in particolar modo i precari dei call center. Demonizzato dal film (così come l’umanità in generale) il call center è anche lo sfondo di questo racconto. Quinte scenografiche, o fondale d’acquario, necessarie per poter mettere in scena i grotteschi eroi di un’umanità giovane e metropolitana quasi da ultimo natale dell’umanità.
Con una pervicacia estenuante ho tentato di tracciare precise linee editoriali per questo blog, nato essenzialmente per contenere le mie recensioni. Con il tempo mi è stato impossibile mantenere la rotta. Ad ogni concessione alle correnti ho però tentato di rispondere con elastiche virate. Torno allora alle radici e alla materia: libri, letteratura, scrittura, racconti… Niente recensioni anche per questa volta quindi, solo nudo testo di un giovane scrittore e chissà che un domani non possa ospitare altre penne. Negli ultimi anni alcuni blog sono diventati libri e bloggers scrittori (Belle de Jour, Diario intimo di una squillo per bene, e adesso già telefilm) e nella finzione di una serie televisiva uno scrittore diventa forzatamente blogger…
Il mestiere dello scrittore fa schifo, è come avere i compiti a casa tutti i giorni per tutta la vita.
Hank Moody, Californication
Domandare Un Miele
Hyper Fidelity.
Nell’aprile dello scorso anno, durante un mio breve soggiorno a Madrid, ho avuto modo di assistere nel Museo Nacional Reina Sofia ad una mostra su Chuck Close (Paintings: 1968-2006). Raramente erano stati esposti in Europa i lavori dell’artista americano classe 1940.
Davvero incredibile questa rassegna delle sue opere, che si apriva con Big Self-Portrait, un’opera in grado di illuminare da subito la sua arte.
Ad un primo sguardo, e da una certa distanza, avevo scambiato l’autoritratto per una semplice foto in bianco e nero di grandi dimensioni (273,05 x 212,09 cm). Avvicinandomi alla tela invece il volto si sgranava, come se stessi osservando attraverso un microscopio che ne esasperava i pori, le protuberanze, le rughe e i filamenti (barba, peli e capelli). Tutto sembrava scattare fuori dal quadro, quasi in 3D.
Close è stato negli anni ‘70 uno dei capofila di quella corrente dell’Iperrealismo americano votata alla ricerca di un massimo di fedeltà, anzi, di alta fedeltà, alla realtà massificata, consumistica e standardizzata dei nostri giorni vista attraverso l’obiettivo fotografico.
Celebre per i suoi giganteschi ritratti, anche se non accetta committenze, Close si basa esclusivamente su primi piani fotografici rigidamente frontali. La sua tecnica consiste nel proiettare una fotografia sulla tela per mezzo di una griglia. L’utilizzo di questo reticolo gli consente di aumentare moltissimo le dimensioni dell’immagine, mantenendone metodicamente la somiglianza, che anzi viene acuita dalla nitidezza quasi maniacale nella resa dei particolari. Si tratta evidentemente di un procedimento estremamente lungo e faticoso che ben spiega lo scarso numero di opere prodotte nel corso della sua carriera.
La ricerca artistica di Close comporta quindi una serie di operazioni meccaniche di ingrandimento e di riproduzione dell’immagine in scala macroscopica su carta o tela, ottenendo come risultato finale un effetto realer than real, da qui
Iperreale.
L’artista cede all’impersonalità del mezzo meccanico e attraverso questo virtuosismo tecnico è in grado di realizzare una copia esatta dell’originale. L’apparecchio fotografico realizza l’immagine effettiva, che il pittore a sua volta riproduce in seconda battuta, talvolta con gli stessi difetti e le stesse deformazioni dell’obiettivo, con le stesse rigidità che derivano dalla mancanza dei poteri di aggiustamento che sono propri, invece, dell’occhio umano. Il rapporto con la macchina fotografica, che ai suoi esordi fu concepita come una seria minaccia all’arte figurativa, nell’Iperrealismo perde ogni conflittualità, anzi si pone consapevolmente in alternativa al vedere risolto con i mezzi classici della pittura.
- Per un panorama sulle tendenze artistiche degli ultimi anni Renato Barilli, Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005.
Roma: una lezione versatile.
Aiutando mio fratello (studente al primo anno del liceo scientifico) nei sui compiti pomeridiani mi sono imbattuto - è proprio il caso di dirlo - nel suo libro di storia. Agile, per non dire smilzo, il testo rispecchia i nuovi ordinamenti scolastici che predilige l’integrazione con supporti informatici (cd-rom e dvd) e nuovi media. Purtroppo, nonostante un dichiarato intento semplificativo, alcuni argomenti vengono trattati superficialmente e con scarsa chiarezza. Nello specifico, le cause della Prima guerra punica.
In seguito alla conquista dell’Italia meridionale da parte di Roma (che non possedeva ancora una flotta) divenne inevitabile lo scontro con Cartagine, la grande potenza del Mediterraneo occidentale. Fra le varie cause spicca senz’altro la possibilità di mettere le mani sulla Sicilia, in seguito battezzata granaio dell’impero, e sulle ricchezze dell’isola. In sostanza il fine ultimo era l’accesso alle risorse, che per una città immensa (per l’epoca) come Roma era fondamentale.
Nonostante l’imperativo della brevitas, il manuale tratta anche del casus belli, pur non definendolo chiaramente come pretesto addotto per l’azione bellica. Questo sembra infatti una delle tante cause.
Nel 256 a.C. i Mamertini, mercenari campani minacciati da Siracusa per le scorrerie compiute nel suo territorio, si rifugiarono a Messina e chiesero aiuto a Cartagine che inviò nella città un piccolo contingente di soldati. Dopo qualche tempo però i Mamertini, non sopportando le prepotenze dei cartaginesi, chiesero aiuto ai romani, che accolsero la richiesta. Uno dei due consoli Appio Claudio elusa la sorveglianza della flotta cartaginese, sbarcò nei pressi di Messina e vi entrò senza colpo ferire…
Se si voleva essere sintetici credo si sia scelta la strada peggiore, rendendo telegraficamente un fatto poco chiaro (artefatto).
Oggi sappiamo con certezza le cause delle recenti guerre. Nulla di diverso dal passato: l’accesso alle risorse. Le società industrializzate vivono una loro esclusiva era dell’accesso, purtroppo molto diversa dalla nuova fase del capitalismo descritta da Rifkin.
Queste risorse sono rappresentate, per un’esigua parte della popolazione mondiale (quella occidentale), soprattutto dall’energia e quindi dal petrolio. L’intera popolazione mondiale, al contrario, ha bisogno di acqua - come spesso si è sottolineato negli anni passati - ed infine, storia di questi giorni, si è tornati a discutere di grano e cereali, un problema che le civiltà umane hanno già affrontato e risolto (a modo loro) in passato.
Insomma nulla di nuovo sotto il sole, proprio come la finzione del casus belli. Sono davvero curioso di sapere cosa scriveranno i libri di storia sulla guerra in Iraq. Insieme alle motivazioni reali, riporteranno anche loro, imbarazzati e sinteticamente, ma soprattutto non palesandone la fictio, dell’infruttuosa ricerca delle armi di distruzione di massa?








